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Una notte al ChocoMuseo

Spulciando tra le varie cose suggerite da Tripadvisor abbiamo scoperto che a tre passi da casa nostra c’è il ChocoMuseo!!! Sarebbe un bar, neanche tanto grande, che però ti permette di fare un piccolo viaggio nel mondo della cioccolata, raccontandone la storia, la cultura, il modo di coltivarla e di lavorarla.

ChocoMuseo - la via del cioccolato
ChocoMuseo – la via del cioccolato

I gentilissimi e simpatici ragazzi che ci lavorano ti accolgono con una tazza di the fatto con le bucce delle bacche tostate, introducendoti a partire dai sensi del gusto e dell’olfatto, al percorso che trasforma le bacche della pianta del cacao in quei buonissimi bocconcini aromatizzati alle cose più strane, dalla cannella al ginger.

Inoltre è possibile, ad una modica cifra, fare una divertentissima esperienza che è quella di crearsi da soli i cioccolatini, chiaramente partendo dalla cioccolata fusa già pronta. Però bisogna ammettere che ci abbiamo preso gusto e ci siamo divertiti … prima, durante e … dopo  😀

 

 

Perù e religione

Quando più di sei anni fa, abbiamo scelto il Perù come nostro paese adottivo in realtà non fu propriamente una scelta. Successe che l’associazione I Cinque Pani ci indicò questo paese come il “migliore” per il nostro profilo adottivo e per noi fu facile fidarsi di loro.

Non ci fu nessun tipo di valutazione o di analisi, volte a selezionare o scartare luoghi che potessero essere più o meno affini al nostro stile di vita (anche perché vi posso garantire che in Perù non si vive come in Italia).

E’ però piacevolmente vero che la spiccata sensibilità religiosa di questo paese ci piace.

Non vi imbrogliate, non è un paese di pecoroni o di bigotti, ma è un paese che riesce a mantenere in piedi un sistema statale laico pur ammettendo di essere nato, cresciuto e di evolversi grazie ad una cultura che si incentra sulla religione cattolica.

E’ un paese che pur muovendosi in una direzione di garanzia e tolleranza per tutti i tipi di pensiero, non solo non rinuncia alle proprie radici, ma ne fa un vanto e le rappresenta in ogni occasione, accanto alle radici dei popoli che vivevano qui prima dell’arrivo degli spagnoli.

E’ infatti possibile trovare rappresentazioni storiche Wari o Inca a fianco di processioni mariane oppure ascoltare preghiere cristiane in lingua quechua senza che nessuno senta il bisogno di denunciare l’altro di intolleranza o di ledere i diritti di nessuno.

Lo stato ha promulgato leggi sul divorzio e sull’aborto (anche se sono molto meno di manica larga rispetto alle nostre), si compone di ministri (di altre religioni) che hanno facoltà di esprimersi liberamente e di dirsi a favore dell’adozione a coppie omosessuali (anche se attualmente la legge non lo prevede) permettendo reazioni da parte del clero senza che lo stesso sia messo alla gogna, additato di oscurantismo, come avviene in Europa.

Ognuno ha la possibilità di dire la sua mentre un governo fa le leggi che ritiene di fare. Non entro nel merito della politica Peruviana, veniamo da due settimane di campagna elettorale Arequipeña e vi giuro che ne abbiamo abbastanza di tutti quei faccioni appesi ovunque.
Però vi posso dire che il Perù è tutto, tranne che un paese asservito al clero : come ho già detto vi sono leggi che vanno contro ad ogni dettame della Chiesa, divorzio, aborto, fecondazione assistita, regolamentazione della prostituzione.
Eppure, nonostante lo si possa iniziare a definire progressista come è progressista la vecchia Europa, c’è un attaccamento alla cultura cristiana (in particolare a quella cattolica) che stupisce.

Questa cultura la si vede in tanti piccoli gesti di attenzione ai più deboli. Qui davvero le donne incinte e le persone con handicap saltano le file. Qui, nonostante che il peruviano alla guida di un mezzo motorizzato si senta il padrone assoluto di ogni precedenza, non è raro veder fermare il traffico se accenni ad attraversare con il passeggino. Qui è difficile sentirsi dire che siamo bravi, piuttosto, quando raccontiamo dell’adozione, ci sentiamo dire que Dios los bendiga, nonostante nessuno abbia idea di quale religione noi siamo. 

Mi viene da sorridere pensando a quanta rabbia scaturirebbe da una frase del genere, detta in uno dei nostri tollerantissimi paesi europei, ad un sostenitore dell’anticlericalismo a tutti i costi. Me le immagino già le reazioni di alcuni : – “A me, il tuo dio, non mi benedice! Capito?!? Perché io mi sono debenedicizzato! Scresimato e Sbattezzato! Chiaro?!?!

Oppure ad un teo-dietrologo sostenitore della cultura del sospetto : – “Cosa vorresti dire? Eh?!? Che senza la benedizione di santa romana chiesa  io non ho diritto a stare bene con me stesso e con le persone che amo? Eh!?! E’ l’amore la base di tutto! Dovresti saperlo, è il tuo Cristo che l’ha detto! Dimmi dov’è che ha istituito le benedizioni!?!

Vi potrei continuare a presentare le manifestazioni con cui questo paese esplicita il proprio attaccamento alla religione, come parlandovi del fatto che in ogni luogo pubblico e/o statale ci siano immagini sacre, altari alla Madonna o crocifissi a grandezza naturale, ma preferisco lasciarvi con il racconto di una cosa che mi ha fatto sorridere e pensare a questo articolo.

All’ambasciata italiana, quando siamo andati a chiedere il visto di ingresso, oltre ad essere stati chiamati a saltare la fila perché abbiamo due bambini, l’italico operatore allo sportello ha esordito così : “Ah tornate in Italia con Samuél … Samuél come il profeta … “.
Noi abbiamo fatto un sorriso di circostanza, perché non si sa mai, in certe situazioni la nostra esperienza ci dice che è meglio non esporsi subito.
Subito dopo aver concluso le pratiche, lo abbiamo visto sparire dietro la scrivania e riemergere con un rosario e un’immagine della Madonna, come regalo per Maria perché durante l’attesa era stata brava.

Inutile dire che sul momento ne siamo stato semplicemente felici salvo poi rifletterci un attimo : chi glielo ha detto che siamo cattolici? (un rosario con santino non lo accetterebbe nessun’altro …); chi gli ha detto che di fronte non aveva un paio refrattari? Nessuno. Eppure il gesto lo ha fatto, e lo ha fatto con naturalezza spontanea. Chissà in Italia  quanto durerebbe, un dipendente pubblico, con tali slanci …

Perù e religione

Lezioni di itagliano

Il ragazzo è sveglio, ma l’italiano ancora non lo sa, per questo cerchiamo di fargli ridire parole e frasi. Siccome però è una macchietta, quando fa il disinvolto pur non avendo capito un’acca, mi ha fatto tornare in mente una scena di una nota serie televisiva …

Crisi di metà viaggio

… più o meno …

Ovviamente il titolo è fuorviante, non siamo a metà viaggio in senso temporale, in realtà si dovrebbe essere oltre. Tralasciando i dettagli e le ipotesi, a Natale mancano poco più di due settimane ed il nostro biglietto di ritorno è previsto, come ormai tutti saprete, per il 25 dicembre.

Il problema è che la crisi c’è, esiste. E mentre vi parlo si sta consumando. E’ da quando siamo partiti che lentamente, goccia a goccia, unge le ruote dell’inevitabile destino.

Dovevamo proprio accorgercene l’8 dicembre? Per il nostro tredicesimo anniversario di matrimonio? Che vi devo dire, ci sono vasi che non si notano fino a che non traboccano e in questo caso, purtroppo, sarebbe meglio che traboccasse, piuttosto che languire e fare scendere di livello, ogni giorno di più, la qualità della nostra vita.

So che adesso vi ho messi un po’ in allerta, anche se in Italia, soprattutto in Toscana, la crisi di cui sto parlando ha picchiato più duro che qui. Non state troppo in pensiero, abbiamo solo bisogno di tornare il prima possibile. Siamo un po’ … agli sgoccioli.

Come dite? Volete sapere se c’è qualche problema con l’adozione?
No tranquilli, su quel fronte tutto bene, stiamo anticipando pure un po’ i tempi, martedì faremo il passaporto e poi spero di poter andare subito all’ambasciata a chiedere il visto di ingresso in Italia.
Volete sapere se ci sono problemi con MaPi?
Ma certo che no! E’ una sorella premurosa e affettuosa, ci sentiamo davvero orgogliosi di lei e di come sta affrontando la sua parte di “avventura”.
Io e Laura? Litigi?
Assolutamente no. Ci dividiamo il più possibile i compiti di casa. Certo io sono sempre il solito caprone per cui a volte non mi accorgo di certe cose o situazioni perciò devo essere richiamato all’ordine … ma non è questo il problema …

E allora? Che cosa succede di così grave perché si debba essere sull’orlo di una crisi che si risolverà solo tornando a casa?

Nonni, zii, amici … ci mancate, ma non così tanto quanto LUI … e quando sarà finito … la Barilla da sola non basterà a farci sentire a casa!!!

Olio Extra Vergine di Oliva
L’Olio Extra Vergine di Oliva … o quel che ne resta.

Mapi e Mlel

Chi è Mlel? E’ Samuèl che ancora non ha imparato a dire metà del suo nome  😀  però sa già come divertirsi …

Un po’ di Samuèl

Niente di ché, solo un po’ di foto del niño e un paio di video da tenere … per essere odiati in futuro, quando capirà …

I mille volti del Perù

A noi possono sembrare buffi, talvolta dismorfici, ma sono l’anima di un paese che cresce e si sviluppa ad un ritmo cinque volte superiore al nostro. I peruviani sono un popolo che nasce multietnico, la sua storia non è costellata di guerre come quella europea (anche se a ben vedere con Cile ed Equador c’è sempre la scusa buona per guardarsi storto) e la sua capacità di sviluppo proviene da una autorità centrale che in spesso interviene e gestisce molti piccoli aspetti della vita quotidiana.
Ad esempio il numero di poliziotti sembra fuori misura, poi ci si rende conto che in realtà sembrano più custodi dei luoghi, che veri e propri “avvoltoi”, come a volte possono sembrare i nostri vigili urbani (ciao vigili  😉 ) .
Ogni categoria di lavoratore ci tiene ad avere un codice identificativo nell’abbigliamento e nel modo di svolgere il suo compito. Dai lustrascarpe (preziosissimi in luoghi polverosi come questo), agli addetti degli uffici pubblici, ai venditori di gelato tutti hanno una divisa. Impeccabile.
Nonostante, come ho detto, che sembri che ci sia un intervento pesante dello stato a qualunque livello di ogni attività, non mi è sembrato di individuare un assistenzialismo sfrenato e neppure mi è parso di vedere una ingerenza eccessiva.

Certo il Perù deve fare ancora molto, soprattutto a livello di welfare : la sanità pubblica lascia piuttosto a desiderare, la sicurezza sul lavoro è al livello dei nostri anni 60 e le infrastrutture per i trasporti … beh, menomale che c’è l’aereo.
Però sono cose sulle quali stanno lavorando, non dimentichiamoci che il Perù ha una supeficie che è 4 volte l’Italia e la metà della popolazione.
Inoltre tale popolazione è per metà nelle prime 5 città, il resto è sparso tra i deserti e la cordigliera delle Ande.
Con un sistema di collegamenti decisamente insufficiente, è ovvio che girandolo si incontrano tutte le realtà possibili.
Da quella dove ci ritroviamo a vivere, qui a Miraflores, nel centro ricco e moderno di Lima, fino alle situazione dei villaggi nella valle del Colca, esplorata solo nel secolo scorso, dove esistono tuttora sacche di analfabetismo.

Quello che promette bene è il fermento, è la libera iniziativa che viene premiata, qui si vedono cantieri ovunque, lavori in corso ad ogni angolo.
Da cinque anni fa a oggi ci sono zone del centro della città che non si riconoscono, grattacieli nati ovunque, centri commerciali, aree verdi, nuove strade e nuove ferrovie.
Mentre ad esempio il sistema dei trasporti pubblici è rimasto fermo al palo. Il caos del traffico è aumentato (anche grazie alla convinzione di ogni buon autista peruviano, secondo la quale, la precedenza ce l’ha LUI).
Non esiste , ancora, il concetto di trasporto metropolitano se non quello espresso dai piccoli padroncini che, in possesso di piccoli e grandi autobus, ogni giorno attraversano la città, fermandosi a richiesta (pochi millesimi di secondo) ovunque e gridando la loro destinazione da un finestrino.
Sono mezzi di trasporto dotati di “assistenza alla salita e alla discesa”, il che significa che, moneta alla mano, qualcuno ti tira dentro, se l’autista non ti schiaccia, e la stessa persona ti spinge fuori quando chiedi di scendere. Las combis … li chiamano.
La nostra referente qui in Perù ci ha dato il permesso di fare praticamente tutto, tranne cercare di prendere uno di quelli 😀

Il Perù ha mille volti, quelli dei deserti, quelli delle città, quelli dei giovani e quelli degli anziani, in ognuno però, e vi giuro che non li ho selezionati, ho potuto leggere tante cose, ma non sconforto o rassegnazione, piuttosto determinazione e fierezza.

Turismo ad Arequipa – Parte seconda

Consapevoli del fatto che sarebbe stata una bella prova per tutti, compreso il nuovo membro della nostra famiglia, abbiamo comunque deciso di fare un po’ di turismo impegnativo : visitare la valle ed il canyon del Colca.

Questa meraviglia della natura si trova a circa 300 chilometri da Arequipa, una distanza tutto sommato abbordabile, se non fosse che in questa distanza, i dislivelli di altitudine sono notevoli : si parte dai 2.300 di Arequipa, per salire ai 4.910 del Patapampa, per poi tornare ai 3.600 di Chivay ed infine, stazionare più o meno intorno ai 4.000 durante la visita al canyon, cercando di avvistare i condor.

Il tour minimo accettabile con dei bambini è quello di due giorni e comunque, il secondo giorno, per vedere i condor che planano alla mattina, è necessario alzarsi alle 5.

Il viaggio è un’affascinante traversata di un deserto montano, con un panorama frastagliato dalla cordigliera delle Ande. La strada è una sola, un serpente che si snoda per le valli e i valichi. Ogni tanto ci sono dei punti di ristoro, tipo rifugio, nei quali è possibile comprare i soliti souvenir peruviani e bere infusi rigeneranti, come quello di foglie di coca.

E’ incredibile come la sensazione di bruciore del sole sulla pelle svanisca e venga sostituita dal freddo pungente, nel momento in cui ci poniamo all’ombra.

A Chivay abbiamo alloggiato in un hotel senza alcuna pretesa, la camera era minuscola e il bagno era un francobollo, ma per una notte (tra l’altro di poche ore di sonno) era più che sufficiente, inoltre la “pro loco” ci ha intrattenuto durante la cena con canti e balli tipici che sono stati particolarmente graditi anche da Samuèl.

Il Colca è immenso, in una così stretta area si concretizzano numeri e dimensioni di difficile concezione per noi. Abituati al nostro Pratomagno, essere a 4.000, guardare in basso a 2.000 e vedere davanti una vetta di più di 6.000, con queste verticali scoscese … lascia senza parole.

Come il silenzio con cui il condor ti passa letteralmente accanto. Un soffio. Un leggero movimento della coda ed eccolo planare verso di te, per poi tornare a girare lungo la valle, in cerca di cibo. Non sbatte quasi mai le ali, conosce le correnti e le sfrutta.

La straordinaria varietà di piante che cresce a queste altitudini è pari solo alla straordinaria fauna che la popola, ci sono uccelli, insetti, lama, alpaca … dove da noi ci sarebbe solo neve e sasso, qui c’è la vita.

Il viaggio di ritorno è stato breve, ma tornare nel deserto, sentirne ancora il silenzio e vederne gli immensi spazi è stato ancora più emozionante perché stavolta non eravamo sconosciuti, stavolta non mi sono fatto prendere dallo spavento né sono rimasto sgomento della sua vastità. Stavolta ci ho parlato. E gli ho detto che ci sarei tornato.

P.S. Ai nostri carissimi amici che oggi si sposano, a Bea e Tono. Trovate il tempo per fare un bellissimo viaggio di nozze, trovate il tempo per venire in Perù. Intanto vi facciamo i nostri più calorosi auguri di una lunga vita insieme felice e serena. Vi vogliamo bene.
Evviva gli sposi!

Luce e polvere

Arequipa, in lingua quechua ha più di un significato : mi fermo qui, al di là della vetta, città guerriera … ma oggi è meglio conosciuta come La Ciudad Blanca. Questo nome deriva dal tipo di materiale storicamente usato dai conquistadores per edificare tutte le strutture più importanti e di conseguenza, tutto l’attuale centro storico della città.
Ma aldilà di wikipedia, Arequipa, ci lascia come ricordo la sensazione di luce accompagnata dalla polvere che invade e pervade, come la luce, ogni cosa.
In questa stagione, antecedente di quasi un mese al trimestre piovoso, il cielo è raramente velato. Il più delle volte l’azzurro del cielo è così intenso da scambiarlo per un cielo nuvoloso. Non fosse per il sole tropicale che ti mette l’ombra della testa sotto i piedi.
La luce è intensissima e quando si rifrange nelle pietre bianche, pietre vulcaniche sottratte ad un sonnacchioso El Misti,  diventa abbagliante.
Il vento teso, sempre, da qualunque direzione spiri, porta invece con se la polvere dei deserti che circondano la città. Che siano venti provenienti dall’oceano o da uno dei tre vulcani che la sovrastano, Arequipa si sveglia, lavora, mangia e dorme sotto una coltre di polvere.
La polvere entra ovunque, nelle cucine, nel naso, negli occhi, negli armadi. La polvere è una costante della notra vita, la tocchi, la respiri, la mastichi … questa luce polverosa, o polvere luminosa, ci è entrata dentro, nell’anima.
E’ incredibile come l’adottare un bambino di un posto lontano e così diverso dai nostri luoghi (intesi come modi di vivere), in qualche modo faccia sì che tu ti ritrovi adottato dai luoghi stessi.
Certo, dire che adesso siamo diventato arequpegni magari suona esagerato (non saremmo mai in grado di guidare come loro), eppure sentiamo che ci mancherà la polvere su ogni cosa come ci mancherà la luce insistente dalle finestre già alle cinque del mattino.
Sapere che domani potrebbe essere il nostro ultimo risveglio qui, ci ha messo un po’ di tristezza addosso. Avremmo avuto da fare altre decine di cose … ma per quante ne avessimo fatte sono sicuro che ce ne saremmo inventate altre.
Sentiamo che lasciamo in qualche modo una delle nostre case, una parte di noi si è integrata nello stesso modo in cui Samuèl è diventato parte di noi.
Comunque adesso inizia la fase di rientro del viaggio, partire è un po’ morire, ma è, soprattutto, ritornare.

 

Samuèl ieri&oggi

Grazie alla nostra amica Annie Sparkes, una gentile signora di Bristol che fa la volontaria alla casa Luz de Alba; grazie a Betty la psicologa del ministero e grazie alla direzione della casa stessa, siamo riusciti a racimolare decine di foto e video di Samuèl, fatte dagli operatori che nel tempo hanno avuto a che fare con lui.

Erano tante e molto emozionanti da vedere, per questo ce le siamo coccolate un po’ noi, prima di rendervi partecipi. Il primo video mostra un baby Samuèl nel periodo tra uno e due anni.

Questo invece mostra un Samuèl già più grandicello, fino all’incontro con noi  🙂

Buona visione a tutti!

Il Perù e le donne

Parliamoci chiaro, non siamo nel paese di Bengodi. Il Perù, oltre a tutte le sue problematiche di arretratezza economica, ne ha molte altre a livello sociale. Se usciamo di pochi chilometri dai grandi centri urbani e dalle zone di massimo interesse turistico, troviamo condizioni altamente critiche che hanno bisogno di massicci interventi a livello governativo.
Stasera vorrei solo soffermarmi su un aspetto particolare, sul quale il governo peruviano è estremamente sensibile : la condizione della donna.

Nascere donna in Perù, in epoca Inca, significava godere di pari diritti e, in alcuni ambiti, godere di privilegi che agli uomini non erano riservati. La capacità femminile legata alla procreazione, faceva venerare la donna come veniva venerata la madre terra.

In tempi più recenti, ovviamente a causa dell’arrivo degli europei e con la conseguente distruzione della cultura indigena, la situazione è notevolmente mutata. Successivamente, il Perù, sembra sia rimasto un po’ più al palo rispetto al resto del mondo a cui era commercialmente legato (un po’ come tutto il Sudamerica, che è stato notevolmente sfruttato da Europa e Stati Uniti e pagato miseramente).

Una vignetta comune in questo paese, ritrae il popolo peruviano come uno straccione seduto su un trono regale e con ai piedi inimmaginabili ricchezze, delle quali ovviamente non dispone.

Il governo ha avuto così tanto a cuore la questione della donna che, fino a qualche anno fa aveva addirittura un Ministero dedicato allo sviluppo sociale di essa. Il Ministero de la mujer y desarrollo social (MIMDES) si occupava di promuovere campagne di sensibilizzazione alla dignità della donna ed al suo sostentamento nelle condizioni di estrema indigenza (che qui, quando ci sono, sono davvero, davvero, davvero estreme)

Oggi questo Ministero ha solo cambiato nome, si chiama più genericamente Ministero de la mujer y poblaciones vulnerables, ma si occupa sempre della protezione e dello sviluppo di quel 50% della popolazione peruviana composto da donne.

Infatti, tanto per dare due o tre numeri rigorosamente presi da internet, negli ultimi anni, fuori dai grandi centri, l’analfabetizzazione delle donne è stata rilevata come tripla rispetto a quella dell’uomo (18% a 6%); si sono verificate 8 violenze l’ora sulle donne e 2 di queste violenze erano di natura sessuale …

E’ evidente che stiamo parlando di una cultura machista che il popolo peruviano deve trovare il modo di stroncare.

Qui ad Arequipa, le amministrazioni locali, sembrano aver trovato un buon modo per risolvere il problema : vuoi rendere la dignità e mettere al sicuro dalle violenze una donna? Bene, dagli una pistola e mettila dirigere il traffico! Vedrai che el macho ci pensa due volte prima di mettersi contro una di queste affascinanti Chips

Anche se il traffico in realtà … non è che ne abbia giovato molto … ma non si può avere tutto dalla vita no?!

Politically (s)correct

Politically (s)correct

Venerdì 21 a Montevarchi sarà presente Mario Adinolfi e nonostante la nostra felicità ed il nostro meraviglioso viaggio, io e Laura non neghiamo una punta di dispiacere dovuta al non poter partecipare.

Voglio la mamma e i libri di Costanza Miriano sono le nuove parabole evangeliche che i cattolici dovrebbero leggere e che i parroci dovrebbero diffondere sia dal pulpito che durante le catechesi degli adulti.
Sono testi che i catechisti (come la nostra Maria Elena Boschi) e chi porta La Pira alla tesi di laurea (come il nostro Matteo Renzi), dovrebbero conoscere a menadito, se davvero vogliono lasciare il mondo un po’ meglio di come lo hanno trovato, visto che loro hanno anche degli strumenti piuttosto potenti.

Perché ne parlo qui? Perché sono un polemico di natura, perché sono un cattolico e perché sono profondamente contro ad ogni teoria che possa approssimare la famiglia alle unioni omosessuali. Soprattutto quando si parla di bambini.

Non ho detto che sono contro tali unioni, dico e ribadisco che esse NON SONO luoghi naturali di crescita per i bambini e come tali possono godere di qualunque diritto legato alla relazione tra le due persone, ma non devono essere chiamati famiglia. Poco mi importa di essere antipatico o politicamente scorretto, se poi passasse il DDL scalfarotto questo testo sarebbe anche fuori legge, figuriamoci.

Ultimamente si parla di stepchild adoption, il primo passo “all’italiana” per arrivare al vero obiettivo delle forze LGBT : l’adozione di bambini come le coppie eterosessuali.
Dico “all’italiana” perché il buonismo che contraddistingue la massa italica tende a lasciar passare le peggio nefandezze purché leggermente imbellettate.
Il tipico pensiero di fronte alla coppia omossessuale che vorrebbe tanto, ma tanto, poter tenere con se il figlio naturale di uno dei due membri, nato da una precedente unione eterosessuale è questo : – “Uh poverini, ma se gli vogliono bene … povero bimbo, dove lo facciamo finire? In un orfanotrofio?”.
Sono un viscido e insensibile cattolico e quindi mi domando : – “Ma … o quanti omosessuali ci sono, che ora vivono con una persona del loro stesso sesso, che però hanno avuto figli in un rapporto eterosessuale?” – e ovviamente mi rispondono le statistiche : A partire dal jet set, quello delle star come Elton Jhon e Gianna Nannini, fino alle coppie con più modeste capacità economiche, la moda del momento è procreare tramite l’utero in affitto e la donazione di sperma.

Allora non stiamo parlando di sanare una situazione involontariamente venutasi a creare perché “Oddio! Non sapevo di essere gay!”, bensì di dare una scappatoia, di inserire un cuneo per poi avere un “tanto ormai lo fanno tutti” come scusa per legiferare in favore delle adozioni alle coppie omosessuali.

E qui l’italiano medio mi verrebbe incontro puntando il dito : – “tu vuoi lasciare i bambini abbandonati negli orfanotrofi!!!” – ed è qui che mi gioco tutto il mio sacrosanto diritto di dire la mia : Proprio perché NESSUNO mi può venire a dire che io lascio i bambini in orfanotrofio allora posso dire che le coppie gay e lesbiche NON SERVONO a togliere nessun bimbo da nessuna parte.
E’ tutta fuffa, polvere sollevata per confondere l’opinione pubblica e nascondere il vero motivo e cioè che loro vogliono avere figli.

Fidatevi di me, e se non vi fidate, andate a passare un po’ di tempo presso qualche tribunale dei minori o negli orfanotrofi, vedrete che il problema non sta nella mancanza di coppie che sono disposte a dare una famiglia ad  bambino, ma nel sistema giudiziario italiano, che relega i nostri figli in difficoltà in un limbo che non è né una famiglia vera, né la possibilità di averne una.
La colpa è dei giudici che non hanno il coraggio di dare una speranza e un futuro a questi bambini dichiarando il loro stato di abbandono e li relegano in case famiglia in attesa che un genitore decida di volerli con se.
La colpa è di chi preferisce sovvenzionare il bambinificio moderno, chiamato fecondazione eterologa (un sistema per generare orfani subito adottati) all’istituto dell’adozione, dove le coppie si accontentano di avere un figlio uno un po’ meno su misura.

Non capite perché la fecondazione eterologa è un bambinificio di orfani?
Perché il patrimonio genetico che gli appartiene proviene da almeno una persona che non conosceranno mai e che, pur sottoforma di gamete, li ha abbandonati (… ah no, poi da grandi avranno il diritto di sapere di chi sono naturalmente figli … e quindi giù ancora a cercare di rimediare, a colpi di leggi, a tutto quello che era fino a poco prima vietato).

Per questo mi rivolgo a te, Matteo, e a te, Maria Elena. Volete mettere le mani sulle leggi per le adozioni in Italia? Bene, fatelo, ma fatelo con attenzione, fatelo tenendo sempre davanti a voi il destinatario delle leggi che state maneggiando : il bambino.

Muovetevi come se per le mani aveste un bimbo. Con delicatezza e dolcezza, pensando al suo bene; e il suo bene non sono i vostri voti o il gradimento del PD o il pienone alla Leopolda. Il suo bene si dipana in un progetto strutturale che probabilmente è poco orecchiabile alle masse e che magari passa da qualche strigliata ai tribunali dei minori (come quello di Firenze, dove ancora si ha una gestione cartacea dei faldoni, zero informatizzazione e addette di segreteria che fanno il buono ed il cattivo tempo sulle coppie. Parlo per esperienza personale e dati alla mano).

Dovete dare vita a un progetto che passa per una definizione unica e inviolabile di famiglia che ristabilisca la naturalità delle cose. Tutti abbiamo un babbo e una mamma, tutti ne abbiamo diritto, tutti i bambini ne hanno diritto.

La modifica alle leggi sull’adozione deve mettere al centro i figli e non le madri e i padri. Deve tenere conto che nel dubbio, è meglio che un bimbo finisca in adozione, piuttosto che aspettare in casa famiglia per anni una madre e un padre (quando c’è) che non hanno la possibilità di approfittare del miracolo della Vita.

Deve dare coraggio ai giudici per fare il bene del bambino, non servire logiche assistenzialiste per il mantenimento delle case famiglia. Soprattutto non devono continuare a credere che una famiglia naturale sia sempre la migliore soluzione, mentre oggi sembra che manchi il coraggio (che vedo invece in altri paesi come il Perù) di prendere decisioni impopolari.

Infine, anche se meno importante perché, nonostante tutto, in Italia, si avvicinano all’adozione migliaia di coppie ogni anno, ci sarebbe quella piccola questione dell’adozione internazionale e dei suoi costi.
Abbiamo bisogno di aiuto, Matteo, Abbiamo, bisogno, di, aiuto.
Chi ha adottato all’estero dopo il 2011 non ha ricevuto più nessuna sovvenzione (oltre la deduzione delle spese sostenute) eppure i soldi per la fecondazione eterologa a Careggi li avete trovati.
Voglio che qualcuno mi spieghi perché io, per non lasciare abbandonato un bimbo già nato, che non ha i miei tratti genetici, devo spendere decine di migliaia di euro, mentre mi resta quasi gratis (a carico del contribuente) andare a generane uno di sana pianta.
Qualcuno mi spieghi questa differenza.

Forse siamo solo il prodotto di noi stessi, in questo caso, sono veramente contento che i miei figli non siano un nostro prodotto.

Bisogna avere la forza di credere che la Verità è Verità, anche se impopolare. Grazie Mario, grazie Costanza.

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Turismo ad Arequipa – Parte prima

Oggi turistos fai da te … nonostante le due usciate prese sia al parco Grau che nella cattedrale (causa benedizione dei bomberos), abbiamo deciso di tornare a visitare le bellezze della città di Arequipa.

Dopo aver riempito lo zaino di effetti di prima, seconda e terza necessità (mangiare, bere, cambiarsi), tutto in duplice copia ovviamente, siamo partiti alla volta del centro storico della città.

Da Plaza des Armas, la piazza principale della città, ci siamo diretti verso la chiesa della Compagnia di Gesù, situata in un angolo della suggestiva piazza costruita con le pietre bianche del Sillar, cave alle pendici del vulcano El Misti.

Seconda destinazione, il monastero di Santa Catalina da Siena, in assoluto l’attrazione più imponente di Arequipa. Una città nella città. 20 mila metri quadri di viali, abitazioni, struttre, chiostri e chiese che hanno ospitato fino a 500 abitanti, fra laici e consacrate, negli ultimi 5 secoli.
Oggi il monastero ospita 30 monache ed è relegato ad una piccola sezione. Il resto del monastero è di proprietà dello stato ed è un museo a cielo aperto.

Per accontentare anche i ragazzi (almeno così si pensava) abbiamo anche visitato una fabbrica un po’ particolare : la Mundo Alpaca che presenta tutto il processo di lavorazione della lana di Alpaca e di Lama partendo dagli animali vivi … che non hanno ricevuto il gradimento di Samuél, troppo sospettoso per avvicinarsi a loro a meno di 3 metri.

Visto che la nostra permanenza qui si protrarrà fino a fine mese si prevedono altre puntate di Turismo ad Arequipa  😎

Baci&Abbracci

Giovedì mattina ci siamo alzati e con il primo sguardo, io e Laura, ci siamo intesi subito : sarebbe stata una dura giornata, l’ultima senza Samuél, a causa dell’impegno pomeridiano che ci era stato programmato dall’ufficio adozioni.
Abbiamo passato la mattina insieme a nostro figlio, come nei giorni precedenti, e nel pomeriggio siamo andati a fare degli acquisti speciali :

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Tutto questo ben di Dio era necessario per fare una festa … in orfanotrofio.

Quando me lo dissero, già martedì mattina, io rimasi così scioccato da dimenticarmi di comunicarlo subito a Laura. Glielo dissi mercoledì sera e il suo sguardo attonito mi confermò quello che era stato il mio primo pensiero – “Ma stiamo scherzando? Ma vogliamo davvero andare a sbattere in faccia ai bimbi che restano lì, il fatto che Samuèl ha trovato una famiglia?” – mi risuonavano in testa le nenie crudeli dell’infanzia – “Beeene, io ho un babbo e una mamma … e te noooo!”.
Ma non era una cosa che potevamo scegliere. Ci si formava un nodo in gola al pensiero di entrare in quelle stanze a sbandierare una gioia che sentivamo diventare una cosa di cui vergognarsi di fronte a loro.

Non voglio essere esoso, vi voglio solo raccontare i nostri sentimenti e come essi, più tardi, si sono rivelati sostanzialmente sbagliati.

Sono molte le differenza tra questo hogar e  quello dove siamo stati a conoscere Maria. La prima differenza sta nel fatto che questo è privato, gestito da un’associazione internazionale di volontari, mentre quello di Maria era statale. Questa differenza fa sì che la raccolta dei fondi sia difficoltosa e totalmente in mano agli operatori, mentre quello statale era ovviamente totalmente finanziato.
Per lo stesso motivo la gestione interna segue protocolli completamente diversi : nel caso di Maria, noi passammo quattro giorni all’interno della struttura, tornando a casa solo per dormire, mentre nel caso di Samuèl, già dal primo giorno siamo usciti con lui portandolo dove volevamo. Sempre sotto un certo controllo delle autorità, è chiaro, ma liberi di portarlo anche a casa nostra, a patto che la sera lo riportassimo all’hogar .

In questo hogar, quando un bambino trova una famiglia, si fa festa. Poco importa che a noi ci si materializzi in mente l’immagine delle cerimonie di consegna che avvengono in Vietnam, tra madri biologiche e madri adottive (non ci credete? leggete qui un link a caso).
Loro festeggiano, festeggiano la speranza che c’è sempre e per tutti. Festeggiano la tenacia e la voglia di essere felici. Festeggiano l’essere vivi e in quanto tali, capaci e desiderosi di essere allegri.

E allora se il motivo è questo, se deve essere una festa di speranza più che una festa di addio, che festa sia!

Di certo c’è una cosa : anche stavolta abbiamo toccato con mano la bontà del cuore umano, la disponibilità al servizio gratuito da parte di giovani di tutto il mondo.
Una bontà d’animo non riconducibile a nessun credo o religione particolari, ma semplicemente presente nell’uomo in quanto creatura capace di amare.
I volontari e gli operatori, giovani e meno giovani (peruviani, inglesi, neozelandesi) hanno reso il momento della festa non solo sopportabile, ma addirittura bello, ed è qui che ci siamo resi conto che sbagliavamo a pensar male di questo evento.
Nonostante si possa essere visto, per un attimo, un velo di tristezza sul volto degli ospiti un po’ più grandicelli, è evidente che la struttura è ben gestita e ai bambini gli si vuole davvero davvero bene.
Grazie quindi a questi angeli dell’hogar che hanno accudito anche nostro figlio nei mesi scorsi :

Per un grazie ancora più concreto e sostanziale vi invito a visitare i siti legati all’organizzazione Traveller Not Tourist e a fare loro una donazione qui  (tra poco è Natale …)
Inoltre potete seguire su Facebook il gruppo Pachawawas – Children of the Earth e se magari c’è qualche giovane che ha voglia di girare il mondo facendo allo stesso tempo qualcosa di utile … beh magari si potrà trovare un giorno ad accudire un altro “Samuèl”

Infine, se volete dare qualcosa all’hogar dove è stato accudito Samuèl e dove ancora vengono accuditi tutti quei facciotti che avete visto nelle foto, potete fare una donazione sul conto peruviano della ScotiaBank intestato alla :

CASA HOGAR LUZ DE ALBA – AREQUIPA

SWIFT code : BSUDPEPLXXX
SWIFT code (8 characters) : BSUDPEPL
Branch code : XXX
Account : 700-7659543

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C’è chi ci vuole vedere ridere felici … e chi mi ha detto espressamente che voleva vedermi piangere (come quando incontrammo MaPi per la prima volta) … sempre di felicità, ovviamente.
Spero di dare soddisfazione a tutti, ma sopratutto spero che vu’ infradici lo schermo anche voi!

Aggiornamento : 
Grazie a tutti, anche se tutte le vostre visite mi hanno fatto esplodere il database e ingrippare il provider, tanto che ho dovuto spostare il video su youtube :) 
Grazie a Valdarnopost che ci da voce dagli States alla Palestina e grazie ad AltroHost per avermi avvisato subito dei problemi tecnici.